(di Angelo Onger, Giornalista)


La mia prima visita al Carmelo di Betlemme risale alla fine degli anni sessanta, quando per la prima volta feci un pellegrinaggio in Terra Santa. Ricordo che fui colpito dal rilievo che aveva una tomba nella chiesa. Chiesi a chi fosse riservata e della risposta trattenni la figura di una monaca carmelitana morta in giovane età, da molti considerata santa.

Nel corso degli anni sono tornato altre volte al Carmelo di Betlemme, sempre attratto da quella tomba, ma senza approfondire la conoscenza di quella monaca araba. Forse perché la mia mente e il mio spirito erano dominati da Elisabetta della Trinità, che continuo ad amare anche perché non la fanno santa e quindi posso continuare a sognare di imitarla (se diventa santa mi mette fuori gioco).


Le continue frequentazioni dei Carmeli e delle Carmelitane di Terra Santa mi hanno portato, senza che me ne rendessi conto, da Mariam Baouardy. Ho fatto visita anche al suo paese natale in Galilea, Ibillin, piccolo villaggio della Galilea. Tessera su tessera ho ricostruito il mosaico della sua vita, ho cercato di penetrare nel suo mondo, nella sua spiritualità. Impressionato soprattutto dalla ricchezza e dalla intensità di una vita che è durata solo 32 anni ed è stata attraversata da mille singolari peripezie.

E domenica 17 maggio 2015 mi sono trovato in piazza San Pietro a pregare con lei, nel momento in cui Papa Francesco la proclamava santa. Devo confessare che non amo molto le manifestazioni di massa, comprese quelle religiose, per ragioni che non sono importanti e quindi ne tralascio il racconto. Ne cito solo una: la difficoltà di fermare le ondate di distrazioni (che già affollano normalmente la mia testa) in contesti così maestosi e al tempo stesso chiassosi. Il rumore non impedisce di parlare con Dio. Ma la fragilità umana è disturbata anche dai sussurri.

Racconto tutto questo perché per una volta non è stato così. Sono riuscito a collocarmi nelle prime file davanti all’altare e quindi ho potuto seguire la cerimonia da vicino. Ero circondato solo da arabi quindi non avevo altra possibilità che scambiare dei sorrisi o dei semplici gesti di intesa per problemi banali. Mi sono trovato solo davanti a Mariam (chiedo scusa alle altre nuove sante, ma è andata così: non le ho viste), in connessione diretta tramite lei, con Dio. Non ci siamo detti nulla di particolare, ma eravamo in compagnia. E il tempo mi è sfuggito di mano.

Tra le molte cose che ho letto di Mariam, mi ha colpito la sua semplicità e pensando a lei non vedevo né il cupolone, né il colonnato, né i mille segni esteriori che trasudano materia, potere, folla, ma solo la forza incredibile di una piccola donna ignorante, come e più dei dodici apostoli, che ha attirato a Dio l’attenzione di milioni di persone. C’è un pensiero di lei che mi affascina: “Nell’inferno c’è ogni sorta di virtù, ma manca l’umiltà. In cielo c’è ogni sorta di peccato, ma non c’è l’orgoglio”. Se si scava dentro queste parole, si scopre il tesoro che Mariam nascondeva sotto la coltre di un’apparente povertà. L’orgoglio è il peccato imperdonabile dei servi di Dio, tanto da portare all’inferno presunti virtuosi. Il potere ha una dose insopportabile di perversione demoniaca. Mariam è una delle grandi testimoni della radicalità evangelica che spaventa i pusilli e i prepotenti.

E qui devo introdurre una emozione che da Mariam porta al suo popolo. Alla vigilia della canonizzazione ho partecipato alla veglia di preghiera che si è tenuta nella basilica di Santa Sabina sull’Aventino. Con Mariam si ricordava anche l’altra santa palestinese, suor Maria Alphonsine. La lingua della cerimonia era l’arabo. Anche se c’erano i libretti con la traduzione in italiano,per quanto insensato possa apparire, ho preferito non capire le parole per respirare le armonie verbali e canore di un popolo (oltretutto i canti religiosi arabi mi piacciono molto). A Santa Sabina come in San Pietro sventolavano le bandiere e bandierine palestinesi. Ho pensato che le prime due sante palestinesi esprimessero  in quei momenti l’anima di quella Palestina che  mantiene tutto il vigore di una storia secolare,  perchè l’anima di un popolo non si può cancellare. Tanto che quell’anima può essere risvegliata anche da due donne (non è un particolare da poco) sconosciute al mondo dei potenti (o presunti tali).

Papa Francesco nel breve saluto prima della recita del Regina Coeli ha detto: “Ispirandosi al loro esempio di misericordia, di carità e di riconciliazione, i cristiani di queste terre guardino con speranza al futuro, proseguendo nel cammino della solidarietà e della convivenza fraterna”. Un messaggio di pace che tocca da vicino i cristiani che vivono in quelle regioni, oggi percorse dal vento della persecuzione.


Angelo Onger, Giornalista
Italia

 

(articolo tratto da http://mariamdejesuscrucifieblog.blogspot.it/2015/07/mariam-et-son-peuple.html )